Nok Cultural Ensemble: recensione di Njhyi – un viaggio percussivo incessantemente afrofuturista | Musica

Yo avrebbe potuto incontrare Edward Wakili-Hick in varie forme nel corso degli anni. Nei panni di Eddie Hick, è stato una figura chiave della scena jazz londinese, suonando la batteria con artisti del calibro di Nubya Garcia, Gilad Atzmon e Sons of Kemet, conducendo le sessioni di Steam Down a Deptford sotto il soprannome di Nache e suonando con tutti da Mark Ronson a Firenze e la Macchina. Potresti anche averlo sentito da adolescente suonare la tromba nella banda di un ferroviere nella sua nativa York, o averlo visto girare di testa con una troupe di breakdance a Leeds.

Il suo ultimo progetto, il Nok Cultural Ensemble, non assomiglia a nient’altro nel suo CV. Al centro c’è un cerchio di batteria di quattro elementi, con il batterista Wakili-Hick affiancato da Onome Edgeworth (di Kokoroko), Dwayne Kilvington (AKA Wonky Logic) e Joseph Deenmamode (AKA Mo Kolours), che suonano tutti percussioni africane come il ghanese kpanlogo, la ravanne mauriziana simile a un tamburello, l’ekwe log drum o il gankogui campanaccio. Fondamentalmente, questi sono mescolati con altri strumenti nel tempo e nello spazio, dagli shaker caxixi ai tamburi cajon box e alle drum machine Roland, collegando l’Africa alla diaspora e portandoci dal nyabinghi giamaicano al grime, dal baião brasiliano al drill, dalla rumba al dub.

Njhyi del Nok Cultural Ensemble.
Nok Cultural Ensemble: copertina dell’album Njhyi

Queste fusioni sono così complesse e avvincenti che si nota a malapena la scarsità di strumenti melodici. Anche i suonatori di corno ospiti suonano assoli deliberatamente restrittivi: Awakening vede il suonatore di tuba Theon Cross che soffia impulsi in codice morse minimalista su una conchiglia; su YTTT la sassofonista Nubya Garcia si limita a una strana scala di quattro note su un flauto; in Ancestral Visions, Wakili-Hick suona un flauto di bambù del Ghana come se fosse puramente parte di una sezione ritmica. Solo in Enlightenment l’Angel Bat Dawid di Chicago si scatena con uno scivoloso e ribelle clarinetto fuori di testa.

La band prende il nome dalla misteriosa cultura Nok che fiorì in quella che oggi è la Nigeria intorno al 1500 a.C., lasciando dietro di sé sculture in terracotta che sembravano incredibilmente moderne quando furono portate alla luce negli anni ’20. È un’utile metafora dell’implacabile afrofuturismo di questo album; questa è musica transistorica che funge da portale che collega l’antico passato e il lontano futuro.

In uscita anche questo mese

Pigments (Merge Records, pubblicato il 21 ottobre) è una collaborazione unica tra la cantante soul di New Orleans Alba Riccardo e New York compongono Spencer Zahn, un mix di strumentali vaporosi, ambient e torce jazz astrali che si fondono in una suite beata. The Blue Hour (Nonesuch/New Amsterdam) è un ciclo di canzoni semi-operistiche scritto in collaborazione da un vero e proprio chi è chi di nuove compositrici, tra cui Caroline Shaw, Shara Nova da My Brightest Diamond, pianista Rachel Grimes e fisarmonicista portoricano Angelica Negron. percussionista norvegese Ingar Zach‘s Musica Liquida (Sofa Music) è il risultato di un curioso progetto di ricerca sonora: tutti i rumori dell’album sono creati dalla risonanza creata da altoparlanti vibranti posti in prossimità di tamburi assortiti, creando sonagli, ronzii, droni e pulsazioni distorte che sono artisticamente orchestrati.

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